Morag e il Cavallo d’Acqua
Quando la leggenda diventa realtà
Con l’arrivo della bella stagione nelle Highlands il sole inizia a riscaldare la brughiera, le temperature diventano più miti, e sui pendii compaiono i tipici colori dell’estate: viola, indaco, rosso, verde intenso. Le ore di luce aumentano e le giornate si allungano sensibilmente. I pastori, allora, lasciano le fattorie a valle e portano le pecore sulle colline a nord, trasferendosi nei cosiddetti shieling, semplici rifugi di pietra che servono più da riparo che da residenza estiva.
Questa storia parla di un pastore vissuto tanto tempo fa di nome Donald MacGregor che aveva deciso di costruire il suo capanno in una zona considerata da tutti troppo pericolosa per abitarci anche solo pochi mesi all’anno. Il luogo scelto da MacGregor, tuttavia, era davvero incantevole: un pendio isolato dove l’erba era più verde e rigogliosa anche grazie alla vicinanza di un grande loch dalle acque scure. Il terreno era attraversato da un ruscello al quale spesso le pecore andavano ad abbeverarsi, trovando sollievo nelle giornate più calde. Il paesaggio era magico: il viola dell’erica, le varie tonalità di verde, il bianco delle pecore che si confondevano con le pietre disseminate lungo il fianco dell’altura e il candido spumeggiare del torrente che scorreva verso valle.
“Donald, come hai potuto costruire il tuo rifugio in un posto così infausto? Non ricordi, forse, che nel loch vive una creatura mostruosa?!”. Le parole di un vecchio pastore che per anni aveva portato il proprio gregge in un pascolo vicino, avevano fatto sorridere MacGregor. “Vattene finché sei in tempo! Non riuscirai a sfuggire al cavallo d’acqua!”.
Il cavallo d’acqua, conosciuto dagli abitanti delle Highlands con il nome gaelico di Each-Uisge, era uno spirito maligno in grado di mutare forma per attrarre la sua preda, catturarla e divorarla ferocemente; nessuno conosceva il suo vero aspetto perché chiunque lo avesse incontrato non aveva poi vissuto a sufficienza per riferire ciò che aveva visto. L’Each-Uisge usciva dalle acque del lago dove viveva e vagava per le colline alla ricerca delle sue vittime. Le storie che venivano narrate accanto al focolare nelle lunghe notti invernali parlavano di un enorme mostro tenebroso che si trasformava in un corvo dalle lucenti ali nere come la pece, o in una vecchia e mite signora o in una volpe scaltra o… in qualsiasi cosa potesse convincere la sua preda a fidarsi di lui e a seguirlo.
Donald MacGregor aveva sentito tante volte questi racconti ma si rifiutava di credere che simili creature esistessero per davvero. Le sue pecore dovevano mangiare la migliore erba di tutta la collina che cresceva proprio sulle rive del loch per produrre il latte più gustoso e la lana più morbida di tutte le Highlands! Gli era stato consigliato di spostare il capanno almeno dall’altro lato del ruscello: si sapeva, infatti, che questi esseri malefici non potevano attraversare i corsi d’acqua dolce. Lì sarebbe stato al sicuro! Ma Donald non si era lasciato convincere anzi, aveva risposto con una certa spavalderia, che avrebbe creduto nell’esistenza del Each-Uisge solo se lo avesse visto con i propri occhi! E così, ogni anno, preparava i suoi pochi bagagli, radunava le pecore, e partiva insieme alla sua adorata figlia per i pascoli alti.
Morag, questo il nome della fanciulla, cercava in tutti i modi di aiutare il padre: mentre il vecchio pastore era fuori con il gregge, lei approfittava delle lunghe ore di luce delle giornate estive e lavorava all’arcolaio seduta sull’uscio del rifugio sino al tramonto. A quel punto, messa da parte la lana da filare, scendeva verso il loch e si dava da fare per radunare le pecore che stavano ancora brucando i teneri ciuffi d’erba. Come tutti gli abitanti delle Highlands, anche Morag conosceva le storie che circolavano da generazioni su questi terribili mostri ma si fidava del padre e, nonostante ogni tanto un brivido di paura le percorresse la schiena, si spingeva fino quasi a toccare con la punta del piede nudo le acque fresche del lago per incitare gli animali più ostinati a rientrare all’ovile. Si sentiva al sicuro e metteva da parte, con convinzione, i dubbi che la assalivano quando le ombre scure dei cespugli si allungavano, minacciose, sul terreno vicino a lei. Voleva con tutta se stessa che suo padre fosse orgoglioso e questo la spronava, più di qualsiasi altra cosa, a superare i momenti di indecisione e a canticchiare a voce alta le dolci melodie che conosceva da quando era piccola! Di giorno, poi, quando i caldi raggi del sole illuminavano i pendii della collina, Morag sorrideva allegra e si ripeteva di essere fortunata a trovarsi in quell’angolo incantato di Scozia. La sua felicità diventava particolarmente evidente quando, a occhi chiusi, faceva roteare il fuso a tempo di musica e sorrideva, appagata, crogiolandosi al tepore che si insinuava attraverso i rami del grande albero che cresceva accanto all’ingresso della casupola.
Era una mattina calda e soleggiata quando Morag, talmente presa dal lavoro che stava svolgendo, si accorse all’improvviso di non essere più da sola: un’ombra cupa le oscurò la luce dorata del sole e lei, allarmata, lanciò un grido e s’interruppe. Si trovò davanti un bel giovane alto dall’aspetto possente che la guardava con occhi dolci e suadenti. La ragazza fu colpita da un particolare molto strano: indumenti e capelli erano zuppi d’acqua e avevano formato ai suoi piedi una pozzanghera che pareva scintillare.
“Non era mia intenzione spaventarti!”. Le sorrise mentre rivoletti argentati gli attraversavano il volto e rotolavano giù, andando ad unirsi alle altre gocce che non smettevano di cadere.
La voce profonda e carezzevole le procurò un brivido premonitore. “Non c’è nemmeno una nuvola, come mai sei così bagnato?”.
“Sono scivolato in una pozzanghera mentre camminavo qui vicino ma mi asciugherò presto al sole”. Si sedette a terra, ai piedi di Morag e lei riprese a lavorare. Nonostante i modi e le parole gentili, però, c’era qualcosa che non la convinceva. Poco dopo, i suoi dubbi si tramutarono in certezza e la giovane dovette faticare per non lasciarsi travolgere dal terrore.
Vedendo che i capelli faticavano ad asciugarsi e, anzi, continuavano a restare gocciolanti, gli disse di appoggiare la testa sul suo grembo, convinta che magari, spazzolandoglieli, la situazione sarebbe cambiata. Il ragazzo fece ciò che gli era stato detto e Morag si diede subito da fare, pettinandogli i capelli ingarbugliati; con sua grande sorpresa, incastrati tra i denti del pettine, comparvero dei fili d’alga e dei granelli di sabbia del tutto identici a quelli che spesso trovava nelle reti con le quali il padre andava a pesca nel loch lì vicino. Le mani presero a tremarle e si chiese cosa fare per non destare sospetti.
Nel momento in cui lo sconosciuto sollevò il capo ed incontrò il suo sguardo, Morag seppe di non avere alternative: doveva abbandonare tutto e correre veloce più del vento! Aveva capito, infatti, che l’unico modo per poter raccontare l’accaduto a suo padre, era quello di scappare! Allora la fanciulla allontanò bruscamente la testa dai riccioli neri ancora zuppi d’acqua e balzò in piedi di scatto, facendo cadere all’indietro la sedia. Sapeva di non avere molte possibilità, ma l’istinto e la voglia di vivere furono più forti della paura.
L’Each-Uisge, il leggendario cavallo d’acqua, lanciò una specie di ululato di rabbia: aveva visto il terrore nei suoi occhi e la brama di catturare la sua preda gli stava quasi facendo perdere la ragione. Si lanciò dietro di lei, scalpitando in preda al desiderio di porre fine all’attesa. Ogni giorno, dalle torbide profondità del lago, l’aveva scrutata con attenzione, scegliendo con cura il modo migliore per avvicinarla. Ora, a pochi passi da lei, non aveva alcuna intenzione di lasciarsela sfuggire! Mentre Morag correva a perdifiato giù dal ripido pendio della collina, il mostro galoppava, selvaggio, facendo riecheggiare per ogni dove il boato sinistro dei suoi zoccoli. Morag si diresse dalla parte del torrente e un attimo prima che l’ombra nera dell’Each-Uisge si allungasse su di lei, lo attraversò con un balzo. La terribile creatura si dissolse all’istante e la giovane, tremante, si accasciò in ginocchio vicino al corso d’acqua. Quando il padre, alla sera, rientrò con il gregge, la trovò ancora lì a fissare il vuoto davanti a sé.
Da quel giorno, Donald MacGregor capì di doversi fidare dei racconti che si tramandavano da generazioni nelle Highlands e non negò mai più l’esistenza degli Each-Uisge. Non fece più ritorno nel capanno vicino al loch che in poco tempo andò in rovina e si ridusse a un cumulo di macerie. Se per caso doveste trovarvi da quelle parti, potrebbe capitarvi di vedere tra l’erica e i ciuffi d’erba verde le pietre dello shieling abbandonato.
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